Cosa succede quando parliamo? Sintonia di anime, cervelli e onde cerebrali

Cosa succede ai cervelli di una coppia quando parla?

Cosa succede quando parliamo? Recenti studi scientifici dimostrano che quando parliamo con un’altra persona, oppure quando la guardiamo negli occhi, l’attività dei nostri cervelli si sincronizza, anche a livello delle onde cerebrali. Fino a poco tempo fa capivamo ben poco della questione, sebbene sia evidente, come afferma Thalia Wheatley del Dartmouth College, che questa fosse una lacuna grave. Anche visto che la maggior parte delle nostre vite, e probabilmente anche quella più importante, la trascorriamo proprio interagendo e dialogando con altre persone.

Le scoperte della sincronizzazione dei cervelli

Una delle prime cose scoperte delle neuroscienze sociali, è che se pensiamo di essere ascoltati, o guardiamo un’altra persona, il funzionamento del cervello cambia in maniera evidente dal normale. Questo è stato osservato nei bambini intenti a immaginare gli stati mentali dei loro compagni e nell’autismo.
È molto interessante la dimostrazione che i cervelli di persone che interagiscono, tendono a sincronizzarsi. Ad esempio quando partecipiamo a dei concerti di musica classica oppure guardiamo in gruppo dei film, le nostre onde cerebrali si sincronizzano.
Negli studenti il fenomeno accade anche quando si sentono maggiormente coinvolti in classe durante una lezione, oppure quando due studenti si piacciono fra loro o quando hanno piacere nell’ascoltare l’insegnante. L’intensità maggiore di questa sincronizzazione, si verifica quando c’è maggiore familiarità e confidenza con l’altra persona. Se il nostro sguardo è ricambiato, oppure se ci accorgiamo che qualcuno ci sta guardando, o che qualcuno sta rispondendo a ciò che facciamo e diciamo, la cognizione sociale diventa molto diversa.

Quando ci capiamo, i nostri cervelli diventano simili

Come facciamo a capirci? Sintonizziamo i nostri cervelli. La sintonia non esiste solo fra le anime! Uri Hasson, un neuroscienziato della Princeton University, ha dimostrato che quando raccontiamo o ascoltiamo un racconto, i nostri cervelli diventano simili, e la comprensione della storia aumenta proporzionalmente all’aumento dell’allineamento dei cervelli.
Cosa succede ai cervelli di una coppia, quando parlano?
Cosa succede ai cervelli di una coppia, quando parlano? (Foto su licenza)

La velocità del parlato è un’arma a doppio taglio

Un’altra scoperta riguarda la velocità del parlato. Infatti il nostro cervello si sintonizza sulla velocità di chi parla e usa questa velocità anche per predire ciò che sarà detto o la conclusione del discorso. Questo ha un effetto collaterale, poiché nel caso in cui chi sta parlando, cambi improvvisamente velocità o tono di voce, non solo non capiamo più cosa dice, ma addirittura possiamo capire cose completamente diverse da quelle che ha detto, perché il nostro cervello tende a mantenere la stessa sincronizzazione iniziale, facendo previsioni sbagliate.

Indovinare cosa ci dirà

Individuando la velocità del parlato, siamo in grado di indovinare il tipo di sillabe che l’interlocutore pronuncerà, quindi se la velocità cambia in modo imprevisto, la comprensione diventa difficile. Queste osservazioni saranno utili per la costruzione di dispositivi di riconoscimento del linguaggio o per il miglioramento dell’audio in situazioni con rumore o con sordità.

I progressi scientifici sull’osservazione delle conversazioni

Esiste una branca scientifica che si chiama “neuroscienze sociali interattive”, che in realtà ha prodotto ben poco sull’argomento, a dispetto del suo nome. Ma da qualche anno la situazione è cambiata, e sono stati elaborati modelli di interpretazione all’altezza del compito, anche associati a tecnologie avanzate, come il cosiddetto “iperscanning”, che se negli studi iniziali di Read Montague indicava solo l’osservazione di due persone infilante dentro macchine per la risonanza magnetica funzionale (fMRI), adesso è diventato un termine generico che include ogni tecnica di imaging cerebrale che venga eseguita a più persone contemporaneamente, come ad esempio l’elettroencefalografia (EEG), la magnetoencefalografia e la spettroscopia funzionale nel vicino infrarosso.

In conclusione possiamo dire che il difficile non è tanto parlare del cervello, quanto averne uno.

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